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Tradimenti, infedeltà e relazioni

65Che cosa è il tradimento?
Si può definire anche come infedeltà, ed è la rottura di un patto, di qualunque tipo.
Fare un patto significa affidare qualcosa a qualcuno, che acquista il diritto di disporne, ma anche il dovere di farlo nel modo migliore possibile. Il patto d’amore, in particolare, è il più vincolante, perché dona e richiede la custodia di quello che abbiamo di più prezioso, quello che ci definisce come persone, i nostri sentimenti. Quando viene rotto, il mondo va in briciole, perché perdere l’amore dell’amato è un’esperienza mortificante dove ogni cosa sembra non avere più valore.

Esistono ragioni per cui una relazione finisce?
Sì, certo! Non si è più felici, i nostri bisogni non sono più soddisfatti da questo rapporto, e, delusione dopo delusione, scontento dopo scontento, l’amore si consuma. Ma questo ha poco a che vedere con il tradimento.

Esistono ragioni per cui si tradisce?
Il tradimento si verifica quando esiste attrazione tra due persone che non hanno motivi per sottrarsi agli stimoli della trasgressione. Se questo avvenga all’interno di una relazione apparentemente ancora funzionante o se ci sia già la consapevolezza della fine di un’intesa, le cose cambiano poco.
Bisognerebbe forse chiedersi perché per alcuni è facile riconoscere la tentazione e scegliere di non seguirla e per altri invece no. ‘Resistere’ per mantenere la parola data, per non provocare dolore nell’altro o anche banalmente per non affrontare scenate e lacrime è una scelta considerata saggia perché riconferma il valore di un bene duraturo rispetto a una passione che potrebbe rivelarsi effimera.
In qualche caso però la motivazione potrebbe essere meno costruttiva. Rimanere fermi, dove ci si trova, quando non si è in realtà felici, significa non avere più voglia di mettersi in gioco, significa scegliere che la relazione ristagni. Se la crisi è opportunità di miglioramento, il quieto vivere lascia le cose come stanno anche quando vanno male. La tendenza di una persona a comportarsi in un modo o in un altro è determinata dalla sua personalità, dalle esperienze passate e dal bisogno del momento, ma atteggiamenti aggressivi e passivi sono ugualmente distruttivi per la relazione intima.

Esistono modi diversi di reagire ad un tradimento?
Vari aspetti della personalità di un individuo concorrono alla gestione della relazione mentre l’aspettativa del tradimento e l’armonia tra i partner guidano la risposta emotiva di fronte all’infedeltà. Venire a conoscenza che si è stati traditi è una delle situazioni più difficili da affrontare ed è impensabile che possa essere accantonata come se niente fosse successo.
Nonostante tutto il male che può provocare, l’infedeltà è molto comune, riguarda il 27% delle coppie in terapia, è la più frequente causa di divorzio, ed è anche la causa – per esempio – di un terzo di tutti gli omicidi negli Stati Uniti. Nel mondo occidentale tra l’11 ed il 23% delle persone sposate (o con un legame duraturo) commettono almeno un’infedeltà, indipendentemente dal fatto che la monogamia sia la sola forma socialmente accettata. Tradizionalmente si pensa che gli uomini siano ‘infedeli’ per definizione, ma quando l’infedeltà è considerata nel senso più ampio di attrazione e coinvolgimento romantico e non limitata al rapporto sessuale, le donne sembrano le più propense al tradimento.
L’infedeltà distrugge la fiducia e provoca una sofferenza difficile da superare; una profonda reazione emotiva colpisce chiunque faccia questa esperienza indipendentemente dall’appartenenza etnica e culturale. Condizionata dalla paura del tradimento è la gelosia, un sentimento ancestrale potente, inteso come meccanismo protettivo contro la possibilità che figli di un altro padre nascano e vengano allevati nella propria famiglia, usando risorse a cui non avrebbero ‘diritto’.

Le relazioni omosessuali
Le unioni civili, previste oggi anche in Italia, sono ancora una novità e regole sociali che le differenzino dalle unioni ‘tradizionali’ ancora non ci sono, quindi lesbiche, gay e bisessuali hanno più libertà di creare il proprio codice etico. Ogni coppia LGB può scegliere ‘regole’ che meglio soddisfino la relazione senza doversi sottoporre all’iter tradizionale consolidato nei secoli e senza doversi confrontare con la disapprovazione e le aspettative della società. Senza regole imposte, ma con la propria creatività ciascuna coppia dello stesso sesso è più libera di stabilire i patti che rispondano meglio alle proprie necessità. Ciò comprende, talvolta, la pratica di relazioni sessuali che possano essere totalmente libere o con limitazioni di vario tipo. L’accordo, in questi casi, detta il confine dell’infedeltà, che, quando viene superato, ha il significato di tradimento di un’aspettativa, un’offesa ai sentimenti profondi dell’altro.
Le coppie LGB variano moltissimo per ciò che regola l’attività sessuale: alcune scelgono la monogamia, altre decidono di avere relazioni non esclusive. Le relazioni che rimangono aperte al contatto sessuale con altri di solito prevedono limitazioni riguardo a quante volte o quanto spesso questo possa accadere, quali persone debbano essere escluse (di solito gli ex partner) o quali attività debbano essere evitate (decisione importantissima anche per l’attenzione alla salute sessuale della coppia). Il ruolo che questi limiti, reciprocamente accettati, hanno nel mantenere una relazione romantica deve essere rispettato con attenzione da entrambi i partner. Infatti tutti i patti, anche se molto ampi, possono essere rotti e quando succede le conseguenze sono ugualmente dolorose e gravi tanto per le coppie omo quanto per le etero. In altre parole, superare il limite, per quanto distante questo possa sembrare, provoca spesso la fine della relazione, come si vede bene in terapia.

L’infedeltà fisica e quella emotiva
Uomini e donne in relazioni eterosessuali non fanno tante differenze tra i due tipi di approccio, che sembrano essere ugualmente sofferti. Questo perché è convinzione diffusa che non ci possa essere infedeltà fisica senza attrazione emotiva e che non esista un legame emotivo che non sfoci in un’esperienza fisica.
Sembra comunque che l’aspettativa delle donne di essere tradite sia statisticamente più alta di quella degli uomini. Sembra anche che le donne siano meno ‘arrabbiate’ degli uomini, forse proprio perché culturalmente più condizionate ad aspettarsi un’infedeltà maschile. La rabbia più intensa degli uomini trova una simile origine nel condizionamento atavico di doversi proteggere dalla nascita di un bambino ‘estraneo’. Questa differenza di genere è però limitata alle coppie eterosessuali. Nelle coppie LGB queste differenze non appaiono nemmeno in relazione a chi (maschio o femmina) sia in coppia con una persona dall’orientamento bisessuale.
Gli eterosessuali sono più esposti all’infedeltà (che comprende una vasta quantità di comportamenti) delle persone LGB che ammettono, come detto, più possibilità nello strutturare la relazione romantica. Comunque eterosessuali e LGB esprimono rabbia, ansia e gelosia allo stesso identico modo quando il patto viene rotto.

Le mie osservazioni:
Dalla mia esperienza di terapeuta appare che le coppie formate da soli uomini o da sole donne siano meno capaci di mediare le difficoltà. Da una parte ciò è sorprendente perché essere dello stesso sesso dovrebbe far capire meglio e far ‘sentire’ le ragioni dell’altro; dall’altra è comprensibile che avere le stesse irrinunciabili necessità renda ben difficile il compromesso anche se in prospettiva ci sia la fine della relazione.
Pur a parità di investimento affettivo, le coppie omosessuali hanno meno motivazioni degli eterosessuali a mantenere una relazione che non è più completamente gratificante, perché il collante sociale è meno efficace. La coppia, nella maggioranza dei casi, non ha figli propri per cui valga la pena sacrificarsi (motivazione altissima nelle coppie etero) e le famiglie allargate (fonti di sostegno) sono meno presenti. Inoltre, non c‘è il riconoscimento storico di dover risolvere i propri conflitti e la separazione non altera il ruolo sociale. In mancanza di una motivazione forte e quando l’armonia perduta non può essere recuperata se non al prezzo di sacrificare qualcosa di sé, molti preferiscono fare un passo avanti verso una nuova intesa.

I casi:
Le due brevi esperienze presentano una coppia maschile ed una femminile di fronte all‘infedeltà.
Nel primo caso, la coppia era aperta alle relazioni sessuali senza limiti. I contatti esterni molto frequenti di un partner sono diventati infedeltà quando la loro ricerca prescindeva dalla disponibilità dell’altro.
La seconda coppia è stata incapace di incorporare il desiderio di vicinanza di una partner con il bisogno di indipendenza dell’altra. La mortificazione per i bisogni non accolti è stata vissuta da ambedue come un tradimento dei patti e ha minato l’intimità.

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Dott.ssa Anna Ghizzani

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La terapia per la coppia omosessuale

Diversamente da quanto succedeva negli anni settanta, al tempo in cui gli omosessuali hanno cominciato faticosamente a ricavarsi una visibilità sociale, oggi tutti loro, sia maschi che femmine, possono vivere più apertamente e serenamente le loro scelte sessuali. In una prospettiva storica è scontato che le persone più anziane abbiano incontrato le maggiori difficoltà ad affermare il diritto delle proprie scelte perché al tempo della loro giovinezza la condanna sociale era molto più forte di ora. Basti ricordare, a questo proposito, che solo nel 1974 l’American Psychiatric Association ha tolto l’omosessualità dalla lista delle psicopatologie contenute nel Diagnostic and Statistic Manual (DSM) e l’ha sostituita con il “Disturbo di Orientamento Sessuale” relativo a persone in conflitto con il loro orientamento e ben distinta dall’omosessualità, che di per sé non costituisce una psicopatologia.

Sexual Orientation Disturbance

Questo cambiamento si avverte in senso generale nei messaggi sociali che coinvolgono queste persone; ma non è difficile da rilevare in maniera più specifica dalle patologie discusse degli articoli della letteratura medica internazionale degli ultimi quarant’anni. Uno sguardo al percorso sociale e relazionale che questo gruppo “in toto” ha compiuto serve per capire come siano evoluti anche la patologia sessuologica, i bisogni e la richiesta d’aiuto che i pazienti esplicitano.

All’inizio degli anni 70 era ancora necessario dichiarare che l’omosessualità non costituiva una psicopatologia prima di poter spiegare gli scopi o le conclusioni di uno studio accademico e sembrava ancora plausibile pensare ad un intervento psicoterapeutico che modificasse l’orientamento del paziente in senso eterosessuale. Per fortuna, proprio dallo studio di questi fallimenti sono emerse quelle informazioni che hanno permesso di capire l’origine del disagio psico-relazionale dei pazienti e di affrontarlo in terapia.

Anche quando una coppia viene in terapia per un problema di tipo comportamentale-relazionale, le modalità di approccio iniziale prendono in considerazione il percorso di auto affermazione delle scelte sessuali che ogni individuo deve necessariamente compiere perchè possa esprimere il proprio orientamento rimanendo equilibrato e sereno, pur in un contesto di minoranza. L’attenzione ai disturbi del comportamento agito verrà solo in un secondo tempo.

Dopo aver constatato l’impossibilità di un condizionamento verso l’eterosessualità ed aver accettato l’omosessualità come una normale variante del comportamento sessuale umano, le possibilità di intervento con le tecniche comportamentali si sono evolute raggiungendo una buona efficacia terapeutica.

Coming Out ProcessSi sono identificate cinque fasi, o passaggi, ovviamente sfumati tra loro, che caratterizzano il processo di autoidentificazione come omosessuale, di autoaccettazione e di autopresentazione come tale in famiglia ed in società. Naturalmente i confini tra le fasi sono fluidi ed ogni paziente può avere tempi maturativi diversi; inoltre è abbastanza normale che una persona si trovi ad esplorare nello stesso tempo atteggiamenti tipici di fasi maturative diverse oppure che non riesca a compiere fino in fondo la sua evoluzione e non arrivi ad acquisire completamente il senso di una positiva identità omosessuale.

Per aiutare i pazienti nel percorso di integrazione sono molto efficaci le terapie di gruppo che dagli anni settanta in poi sono state promosse dalle organizzazioni di aiuto delle comunità omosessuali maschili e femminili. I gruppi sono progettati per facilitare la maturazione psicosessuale di pazienti intimamente a disagio per la loro omosessualità, socialmente inibiti e che mostrano di aver interiorizzato i messaggi omofobici che la società produce. In questo tipo di formato terapeutico pare opportuno che almeno uno dei co-terapeuti sia e si identifichi fin dal primo incontro come omosessuale, in modo da fornire un modello di integrazione positiva. Il percorso psicoterapeutico all’interno del gruppo valorizza la costruzione di relazioni di fiducia, sostegno, confronto ed intimità emotiva indipendenti da connotazioni erotiche. Come detto sopra, questo tipo d’intervento appare particolarmente adatto per aiutare i pazienti a superare le loro personali reazioni omofobiche. Confronto e sostegno sono infatti cruciali per superare l’atteggiamento anti omosessuale che gli stessi omosessuali sviluppano in risposta al condizionamento sociale e che blocca la loro crescita emotiva.

Dobbiamo tornare indietro al tempo dell’adolescenza e tenere a mente che nel periodo peri puberale l’identità si sviluppa in un contesto interpersonale dove i compagni costituiscono il primo gruppo sociale con cui confrontarsi e che il sentirsi accettati, che è fondamentale per lo sviluppo dell’autostima, implica anche di uniformarsi agli altri; infatti, presentare divergenze profonde potrebbe far correre il rischio dell’alienazione. Nel nostro caso l’atteggiamento del gruppo e quello socialmente prevalente contrastano con lo sviluppo dell’identità omosessuale. I messaggi che arrivano all’adolescente omosessuale sono dunque in conflitto con le sue pulsioni e possono condizionarlo a disconoscere i suoi sentimenti omoerotici e a rifuggire dalla goffa sperimentazione “in coppia” che è considerata socialmente accettabile nel contesto eterosessuale. Nel tentativo di adattarsi, l’adolescente crea barriere difensive contro i propri desideri ed interrompe il processo di crescita e di consolidamento della sua identità sessuale. Come risultato le difese psicologiche diventano sempre più elaborate e generano uno stato cronico di ansia che aumenta ad ogni situazione conflittuale. Questi ragazzi, una volta cresciuti, avranno bisogno di un intervento psicoterapeutico che li aiuti ad accettare la loro identità sessuale e ad affermarla nel contesto sociale nel quale vivono. Riteniamo, però, che un tale intervento non sia e non debba essere considerato indipendente o diverso dal sistema generale della psicoterapia che da sempre lavora per aiutare i pazienti a superare ed integrare i loro conflitti, qualunque essi siano, in un processo di maturazioni personale. Per trattare efficacemente questi pazienti, però, è assolutamente necessario che il terapeuta abbia conoscenze specifiche e l’abilità di sfidare l’atteggiamento sociale tradizionale.

La disfunzione sessuale – Prendendo in considerazione i pazienti adulti che abbiano raggiunto una integrazione positiva con il loro orientamento sessuale troviamo che anche loro, al pari degli eterosessuali, possono sviluppare una disfunzione del comportamento sessuale e che esistono vari formati terapeutici per affrontare il problema. Per esempio, le tecniche di trattamento che erano già in uso per chi non avesse un partner sono state impiegate a beneficio dei pazienti omosessuali, visto che questi frequentemente chiedono di entrare in terapia da soli. Questa modalità è in uso da tempo e nel caso di pazienti eterosessuali è stata usata per l’anorgasmia, per la difficoltà erettile e per l’eiaculazione precoce. Il razionale dell’intervento si basa sulla relazione empatica con il terapeuta che controbilancia l’ansia, incoraggia e guida il paziente nell’esplorazione delle sensazioni corporee e nella produzione di fantasie erotiche adeguate. Il turbinio delle sensazioni allontana il paziente dal suo sistema difensivo e gli consente finalmente di entrare in contatto con le sensazioni erotiche che prima aveva mortificato. La terapia comportamentale focalizzata sul sintomo sessuale ha in se’ la capacità di adattarsi a qualunque disfunzione se i suoi principi fondamentali vengono soddisfatti. Uno di questi richiede che, salvo un approccio per i casi già detti, i pazienti possano lavorare con un partner ben disposto. Poiché molti pazienti omosessuali, specie se maschi, non sono in coppia quando vengono in cerca di aiuto per loro sono state create ulteriori nuove modalità di intervento all’interno di un gruppo nel cui ambito si possono condividere le difficoltà e ricevere sostegno. Sia che i pazienti lavorino da soli o con il loro partner, gli interventi terapeutici sono progressivi e mirati a ridurre la reazione d’ansia e sostituire il comportamento disfunzionale con quello soddisfacente.

 

La disfunzione sessuale nell’ambito della coppia omosessuale

Introduzione

La cura di una disfunzione sessuale “di coppia” prevede prima di tutto che sia definita la struttura della coppia stessa prima che il terapeuta se ne possa far carico. Se questo è vero, è anche doveroso chiedersi se sia necessario fare una distinzione tra la coppia omosessuale e quella eterosessuale. Di solito, gli equilibri all’interno di una relazione omosessuale sono analizzati paragonandoli a quelli eterosessuali ed anche molti omosessuali pensano alla loro coppia in termini simili a quelli di un matrimonio eterosessuale. Ovviamente c’è molto in comune per quello che riguarda la relazione d’amore ed il desiderio di vivere una vita insieme, ma ci sono anche differenze fondamentali. Infatti, nelle relazioni omosessuali i due partner sono o due maschi o due femmine che portano con sé desideri, ruoli, aspettative e problemi tipici o degli uomini o delle donne. Per questo motivo le esigenze specifiche individuali non si possono stemperare nell’interazione tra due sessi diversi e complementari e questo ha un impatto sulla struttura della relazione. Un altro aspetto che non va dimenticato è che non esistono norme sociali per la relazione omosessuale: la coppia si ritrova abbandonata a se stessa senza modelli di riferimento o sistemi di supporto. Ciò può essere positivo in quanto libera le coppie omosessuali da condizionamenti ed aspettative precostituite, consentendo ai due partner di sperimentare e costruire la loro personale interazione. Dall’altra parte, la mancanza di modelli di riferimento che contengano ed indirizzino le conflittualità significa anche maggiori difficoltà e maggiori probabilità di fallire.

Il percorso maturativo psicosessuale

Due grandi capitoli costituiscono la particolarità dello sviluppo psicologico dell’omosessuale nei confronti della sua sessualità e questi sono l’omofobia, che gli omosessuali stessi sviluppano, ed il processo di rivelazione che devono affrontare.

Il primo, l’omofobia, riguarda la condanna verso l’omosessualità che, anche se varia d’intensità da cultura a cultura, condiziona l’adeguamento individuale a regole sociali implicite ed esplicite. Per esempio, la nostra cultura occidentale riconosce ed incoraggia solo la formazione di un legame tra maschi che non contenga un potenziale erotico. La relazione tra maestro ed allievo, l’aggregazione sportiva o la collaborazione di lavoro sono rispettate, ma le manifestazioni di tenerezza devono rimanere escluse dal repertorio maschile. Infatti, i bambini e le bambine sono trattati in maniera molto diversa e la consuetudine sociale di come ci si comporta verso i maschi o verso le femmine è talmente forte che addirittura pare che le mamme parlino e manipolino in maniera diversa i loro neonati, a seconda del sesso. Dai maschi e dalle femmine ci si aspettano cose diverse e chi non si uniforma viene escluso dal gruppo: nell’adolescenza l’identità si sviluppa in un contesto interpersonale dove i compagni costituiscono il primo sistema sociale con cui confrontarsi ed il sentirsi accettati, passo fondamentale per lo sviluppo dell’autostima, implica anche di uniformarsi agli altri. Infatti, chi presenta divergenze profonde corre il rischio di vedersi alienato. Nel nostro caso, l’atteggiamento del gruppo e quello socialmente prevalente contrastano con lo sviluppo dell’identità omosessuale; i messaggi che arrivano all’adolescente sono in conflitto con le sue pulsioni, possono condizionarlo a disconoscere i suoi sentimenti omoerotici ed a rifuggire dalla goffa sperimentazione “in coppia” che è invece considerata socialmente accettabile nel contesto eterosessuale. Nel tentativo di adattarsi, l’adolescente crea barriere difensive contro i propri desideri, bloccando così il processo di crescita e di consolidamento della sua identità sessuale. Come risultato, le sue difese psicologiche diventano sempre più elaborate e generano uno stato cronico di ansia che aumenta ad ogni situazione conflittuale e che potrebbe un domani essere responsabile di una difficoltà sessuale o relazionale.

Il secondo, grande tema della maturazione di un individuo omosessuale è affrontare il processo di rivelazione. Coleman (1982) riconosce 5 stadi che costituiscono il coming out degli AA anglosassoni. Tali fasi evolutive vengono definite come: 1) pre-coming out che si riferisce a pazienti che abbiano preso coscienza del loro orientamento ma che non siano ancora in grado di rivelarlo; 2) coming out che caratterizza il periodo di tempo in cui si sviluppa il processo di rivelazione; 3) esplorazione quando il paziente, ormai dichiaratosi omosessuale, stabilisce nuovi rapporti e si trova a cambiare il proprio modo di essere e le proprie “connotazioni” all’interno delle relazioni sociali, lavorative e familiari pre-esistenti; 4) prima relazione è la fase cruciale in cui il paziente agisce per la prima volta, non solo e non tanto un comportamento sessuale, ma il suo desiderio di coppia, mettendosi in gioco per la creazione di un legame interpersonale con valenze sentimentali; 5) integrazione d’identità è il passo finale di un percorso intrapsichico che quando si compie con successo porta il paziente a riconoscere ed accettare il proprio orientamento in una struttura egosintonica di personalità .

Attraverso questi stadi si passa gradualmente dal riconoscimento del proprio orientamento fino ad arrivare alla relazione omosessuale agita in un contesto sociale. Ciò richiede che si raggiunga la completa integrazione della propria omosessualità in una identità personale egosintonica, passando attraverso l’autoaccettazione e l’autopresentazione in famiglia ed in società. Naturalmente i confini tra le fasi sono fluidi ed ogni paziente può avere tempi maturativi diversi; è abbastanza normale che una persona si trovi ad esplorare nello stesso tempo atteggiamenti tipici di fasi maturative diverse oppure che non riesca a compiere fino in fondo la sua evoluzione e non arrivi ad acquisire completamente il senso di una positiva identità omosessuale. Inoltre, ogni stadio può avere un significato molto diverso da persona a persona: c’è l’adolescente che sa da sempre di essere diverso dai compagni, che accetta questa sua condizione come naturale e per il quale rivelarsi non sarà un problema; viceversa esiste la persona adulta che arriva lentamente alla consapevolezza, magari dopo aver generato figli ed aver visto fallire un matrimonio, e per il quale può essere particolarmente difficile assumere il ruolo omosessuale nella famiglia e nella comunità dove era integrato come persona eterosessuale.

La costituzione della coppia

Le coppie omosessuali sono destinate ad essere considerate in paragone con quelle eterosessuali, con la conseguenza che tutto ciò che è differente sarà visto come una distorsione o una patologia. Tra le norme che caratterizzano una buona relazione tra un uomo ed una donna è molto valorizzata la monogamia che dura per tutta la vita, così l’allontanamento dalla norma non può che essere visto che come un segno di malessere; e non importa se anche molte coppie eterosessuali non ce la fanno a mantenere questo ideale. Freud, del resto, sosteneva che la monogamia non è una scelta naturale ma solo un’imposizione culturale e che la restrizione forzata dell’espressione della sessualità ha un notevole ruolo nella genesi delle nevrosi.

Se la ragione principale per cui la società impone la monogamia è di assicurare il miglior ambiente per la crescita dei figli, è chiaro che ciò non possa riguardare una relazione omosessuale. Se invece si considera la monogamia, o il suo contrario la relazione aperta, come necessità emozionale di un individuo, allora la questione dell’orientamento sessuale è ininfluente. Il genere di appartenenza, maschile o femminile, ha un peso molto più significativo: sembra che le donne richiedano una relazione monogamica più spesso degli uomini, così, mentre gli uomini presentano le più ampie variazioni, le donne omosessuali sono tendenzialmente monogame come le eterosessuali, hanno una tolleranza minima per il sesso casuale e possono troncare una relazione per l’infedeltà della compagna.

Secondo la morale sociale di oggi le relazioni, sia eterosessuali che omosessuali, sono di tipo sequenziale, cioè corrispondono a fasi diverse nella vita di un individuo, a bisogni che possono cambiare nel tempo, oppure ad ideali che purtroppo falliscono; spesso sono cariche di speranze romantiche che nel tempo si riducono a considerazioni pratiche. Non fa nessuna meraviglia che gli omosessuali, al pari degli eterosessuali, aspirino ad una relazione idealmente monogama ma che possano trovarsi a vivere una realtà del tutto diversa. Nello studiare la struttura di base delle relazioni appare chiaro che esistono dinamiche che permettono a due individui di stare insieme in una maniera creativa e gratificante, ma è altrettanto chiaro che esistono forze ugualmente potenti che possono imprigionare in relazioni infelici e rigide. Ciascun essere umano deve imparare con il suo impegno e la sofferenza personale ad accettare l’intimità e la separazione ed a creare il giusto equilibrio tra questi due poli, indipendentemente dalla scelta dell’oggetto d’amore.

Infatti, nonostante lo stereotipo corrente dipinga gli omosessuali come molto interessati al sesso ma incapaci di mantenere una relazione romantica, tutti gli studi fatti contraddicono questa tesi. I partner che vivono in relazioni stabili sono capaci di comunicare i loro bisogni in maniera più aperta, con più sensibilità e più empatia delle coppie eterosessuali, presumibilmente perché essendo dello stesso sesso capiscono più facilmente i bisogni dell’altro. Durante l’attività sessuale sono capaci di dedicarsi allo scambio di piacere non focalizzato sulla risposta genitale, dimostrando che in una relazione romantica matura la scelta delle tecniche erotiche è dettata dalla ricerca del piacere e non dall’aderenza ad un ruolo attivo o passivo predeterminato.

Anche se non è possibile stabilire un paragone diretto tra il livello di interesse sessuale degli omosessuali e quello degli eterosessuali, la ricerca sembra indicare che i maschi (indipendentemente dall’orientamento) appaiono più interessati delle donne, omosessuali o eterosessuali che siano. Estendendo il concetto, i maschi omosessuali hanno molti più partner ed una frequenza di rapporti molto più alta della loro controparte femminile. Comunque l’attività sessuale promiscua ha più a che fare con la mascolinità che con l’omosessualità, infatti le coppie femminili hanno un numero di partner molto più basso e sono le più intolleranti verso la sessualità casuale, tanto da rompere il rapporto se c’è un tradimento. All’interno di coppie stabili si nota la stessa differenza: i maschi hanno un’alta frequenza di rapporti (più di 3 nella settimana) nei primi due anni della relazione, poi la frequenza si stabilizza su 1-3 rapporti a settimana per la maggior parte delle coppie che continuano la convivenza per i successivi 10 anni e solo più tardi vede un lieve declino. Un’attività così intensa si trova in percentuali molto minori delle coppie femminili anche nei primi anni di relazione, quando è più comune la frequenza di una volta a settimana o meno.

Nell’evoluzione della coppia omosessuale McWhirter &Mattison riconoscono 6 stadi che sono molto utili all’approccio operativo. Questi ricercatori, essi stessi una coppia omosessuale, hanno intervistato coppie maschili conviventi da un numero variabile di anni ed hanno notato come tutte passassero, a certe epoche, attraverso fasi simili: dalla fusione iniziale, alla costruzione del nido e delle relazioni sociali, alla riconquista di spazi privati, alla consolidazione di consuetudini familiari ed alla costituzione di proprietà comuni.

dia4La disfunzione nel contesto della relazione

Affrontando il capitolo dei problemi sessuali si deve premettere che qui tratteremo solo le disfunzioni su base psicogena lasciando fuori quelle ad etiologia organica e mista. Questo vale per i maschi come per le femmine anche se, giova ricordarlo, sono estremamente rare le patologie organiche che influenzano la risposta sessuale femminile.

Il maschio omosessuale – Dalla letteratura e dalle esperienze condivise tra terapeuti emerge che le disfunzioni presentate dall’omosessuale sono in gran parte simili a quelle dell’uomo eterosessuale, tranne che per quello che riguarda l’erotismo anale. Bisogna sottolineare che molti dei pazienti che denunciano problemi di desiderio presentano avversione verso la penetrazione anale, sia praticata che ricevuta. Per alcuni autori il rigetto omofobico del ruolo passivo, cioè “femminile”, che questi pazienti presentano è direttamente responsabile dell’intolleranza verso attività sessuali che coinvolgono la stimolazione anale. Quando si presenta una coppia che sta attraversando una crisi relazionale, il terapeuta che accetta di prenderla in carico deve essere consapevole che le cause di ansia e tensione all’interno di una relazione omosessuale possono essere molto diverse da quelle che condizionano una coppia eterosessuale. Il tentativo di aderire da parte di tutti e due i partner allo stereotipato ruolo maschile sia nella relazione che nella sessualità, il condizionamento omofobico sociale che per alcuni resta insuperabile ed, infine, la presenza di disfunzioni sessuali parallele sono fattori di stress unicamente presenti nelle coppie omosessuali ed è necessario che vengano riconosciuti e discussi apertamente se si vuole sviluppare una strategia di trattamento efficace.

Sembra che tra i maschi, le disfunzioni del comportamento esistano in proporzione discreta se è vero che circa un quarto di uomini in relazioni stabili presentano prima o poi un problema sessuale. Secondo McWirther e Mattison, già citati, la disfunzione più comune è la difficoltà erettile che presenta lo stesso quadro clinico che vediamo nel mondo eterosessuale ma con motivazioni profondamente diverse: abbiamo dunque la disfunzione totale e quella situazionale partner specifica che perdurano a lungo finchè il paziente non si accetta e non si sente finalmente accettato dal suo compagno. In altri casi il problema si presenta dopo un periodo di funzionamento adeguato, quando il paziente sviluppa un disagio psicologico, per qualunque motivo, oppure quando c’è un quadro depressivo; la disfunzione erettile primitiva pura è difatti estremamente rara tra gli omosessuali.

L’eiaculazione precoce è anch’essa molto rara tra gli omosessuali presumibilmente perché essi hanno, per loro storia naturale, molta più dimestichezza con la masturbazione; inoltre, poiché la pratica erotica omosessuale si svolge in maniera diversa che tra un uomo ed una donna, la soddisfazione sessuale di un partner non è direttamente dipendente dal comportamento dell’altro e la ridotta capacità di controllo del riflesso orgasmico non riveste la stessa importanza. I pazienti che sono approdati alla vita omosessuale dopo una relazione con donne riferiscono di aver sofferto di eiaculazione precoce in quelle circostanze e di attribuire il problema ad una relazione non soddisfacente, cosa peraltro plausibile.

L’eiaculazione ritardata è invece molto più frequente che nei pazienti eterosessuali, interessando circa il 18% di quanti accusano un problema. Raramente è causata da un blocco nella percezione delle sensazioni fisiche che deriva a sua volta da un disagio verso la sessualità, come nell’eterosessuale, e provoca la stessa sensazione di frustrazione sia nel paziente che nel suo partner; più spesso, però, l’omosessuale può eiaculare in presenza del suo compagno grazie ad una stimolazione manuale prolungata e vigorosa. Il disturbo sembra dunque avere un significato simile all’anorgasmia delle donne eterosessuali, cioè come difficoltà a mantenere un elevato grado di eccitazione di fronte ad uno stimolo erotico pur gradito. In questo differisce profondamente dal disturbo di eiaculazione ritardata degli eterosessuali. Un ulteriore aspetto del problema si osserva in alcuni pazienti affetti da eiaculazione ritardata che dichiarano di bloccare attivamente le sensazioni erotiche più intense perché temono di diventare aggressivi e di agire questa loro aggressività verso il compagno.

Il desiderio sessuale ipoattivo si presenta sia in risposta a situazioni di stress psicofisico sia senza causa apparente, esattamente come negli eterosessuali. Infine, l’avversione sessuale diretta globalmente verso la sessualità che può colpire i pazienti eterosessuali non si ritrova tra gli omosessuali. Piuttosto, un discreto numero di loro, il 15% secondo Mc Wirther e Mattison, riferisce avversione verso una specifica attività, più comunemente verso la penetrazione anale.

La donna omosessuale – Così come uomini e donne si pongono in relazione con il mondo in maniera diversa, così il modo di vivere la sessualità e la coppia nelle donne omosessuali differisce da quello degli uomini omosessuali. Dalla letteratura sembra che nella relazione di coppia le donne omosessuali privilegino l’intimità ed i legami di lunga durata, mentre in paragone gli uomini abbiano storie più brevi, caratterizzate da una più intensa attività sessuale e aperte al sesso occasionale. Proprio in questo sta la forza e la debolezza della relazione d’amore tra donne. Le pazienti infatti hanno spesso difficoltà a costruire una intimità profonda, rimanendo al tempo stesso separate. Il raggiungimento di una intimità matura richiede che le persone coinvolte siano capaci di costruire un equilibrio dinamico di vicinanza e di separazione che risponda alle esigenze delle due partner. Questo processo di unione ed individualizzazione ha ai suoi estremi due atteggiamenti che sono ugualmente pericolosi e destruenti: la fusione da una parte e la distanza emotiva dall’altra. La creazione dell’equilibrio tra intimità ed indipendenza è un momento cruciale per la formazione di tutte le coppie e non è esagerato dire che dalla sua riuscita dipende molto dell’armonia che sarà costruita nel tempo. Questo momento maturativo è particolarmente delicato per le donne omosessuali che più di altre rischiano di non trovare il giusto equilibrio. La forte dipendenza reciproca dopo una prima fase di “luna di miele” rischia di diventare limitante per la crescita emotiva, sociale, professionale di ciascuna donna considerata singolarmente; così la chiusura rende insoddisfatta la persona più indipendente che si sente inutilmente bloccata e che non riesce a far accettare il suo maggior bisogno di contatti alla compagna. Questo meccanismo non è estraneo alle coppie eterosessuali che però lo risolvono più facilmente perché hanno modelli di riferimento e possono contare su un contenimento sociale che viene in soccorso nei momenti difficili. Inoltre, non bisogna dimenticare che la coppia omosessuale è più portata alla fusione da cui ricava quel sostegno e quell’accoglienza che la società non garantisce; per questo, quando si percepisce l’esigenza di apertura, le donne possono viverla come un abbandono o un tradimento reciproco che interferisce con l’eccitazione erotica e provoca l’anorgasmia o la perdita del desiderio. Infatti, il problema di comportamento sessuale che si incontra più di frequente con le coppie lesbiche è legato alla difficoltà di espressione del desiderio. E’ un quadro diverso dal desiderio sessuale ipoattivo e non è riportabile al mondo eterosessuale. Si tratta di una discrepanza tra frequenza ideale desiderata e la reale frequenza di rapporti all’interno della coppia, legata ad un’assenza di sensazioni erotiche nelle due donne che trova la sua origine nel meccanismo di fusione relazionale già descritto.

Le cause di disfunzione

Tradizionalmente la mancanza di desiderio sessuale tipica delle coppiefemminili viene attribuita alla perdita del confine ideale tra le personalità distinte delle due donne, come una dissolvenza del sé individuale che scompare nel processo di costruzione della relazione. Se ciascuna delle due partner non trova la motivazione per recuperare la propria identità indipendente e separata, la relazione si appiattisce e, con la scomparsa delle due diverse individualità, scompare anche l’attrazione che accende il desiderio. A questa ambivalenza e alla difficoltà di stabilire il confine territoriale, emotivo e cognitivo di ciascuna, è necessario rispondere incoraggiando e facilitando la ripresa di comportamenti autonomi tanto all’interno della relazione quanto verso il contesto sociale.

Anche per l’omosessuale maschio esistono fattori di stress specifici. Queste aree di conflitto sono legate allo stereotipo di ruolo maschile sia sociale che sessuale, all’omofobia ed al processo di rivelazione. Gli omosessuali, in quanto maschi acculturati nella stessa società degli eterosessuali, tendono ad essere competitivi, a rimanere in controllo e a dare poco spazio all’espressione delle emozioni. Così nella relazione tra due maschi, entrambi devono imparare a comunicare non solo la rabbia ma anche l’amore e la tenerezza e a rendersi più vulnerabili.

L’omofobia, che condiziona sia maschi che femmine, deriva dal messaggio che la relazione tra persone dello stesso sesso se non “colpevole” è almeno innaturale e questo porta a vivere la scelta dell’oggetto d’amore con grande disagio. L’inibizione del desiderio, di cui abbiamo parlato prima, è facilmente collocabile in questo quadro di conflittualità. Se prendiamo l’esempio di un paziente, in coppia stabile, che viene in terapia senza che ci sia un disaccordo all’interno della relazione, conviene esplorare alcuni fattori di stress specifici, in modo che le proibizioni sociali possano essere portate in superficie ed il paziente si possa confrontare con queste nell’ambito protetto della seduta terapeutica. Lo svolgimento di questi temi ci dimostrerà che l’inibizione del desiderio trova la sua genesi nel disagio verso la sessualità così come, mutatis mutandis, avviene per gli eterosessuali.

Anche l’eiaculazione ritardata primitiva e totale riconosce l’omofobia come causa preponderante. Il paziente, come la sua controparte eterosessuale, è in grado di eiaculare solo con la masturbazione quando è solo. In presenza del compagno rimane in controllo, blocca le sensazioni fisiche, le emozioni e le fantasie perché in conflitto con la sua omosessualità e così inibisce il riflesso orgasmico. Alcuni pazienti riportano che, forse a seguito della loro omofobia, sviluppano fantasie di aggressione verso il compagno e la paura di agirle è un ulteriore motivo per cui evitano le sensazioni erotiche più intense.

Oltre a quanto già detto, nelle relazioni occasionali una disfunzione può essere attribuita a “cause logistiche”, cioè all’uso di luoghi pubblici o all’aperto e la conseguente paura di essere sorpresi dalla polizia o aggrediti da estranei ostili.

Cenni di terapia

Quando si presenta una coppia (definita per ragioni operative come due individui che convivono da almeno un anno) che sta attraversando una crisi relazionale il terapeuta che accetta di prenderli in carico deve essere consapevole che le cause di ansia e tensione all’interno di una relazione omosessuale possono essere molto diverse da quelle che condizionano una coppia eterosessuale. Il tentativo di aderire da parte di tutti e due i partner allo stereotipato ruolo maschile sia nella relazione che nella sessualità, la tendenza alla fusione delle due personalità femminili, il condizionamento omofobico sociale che per alcuni resta insuperabile ed, infine, la presenza di disfunzioni sessuali parallele sono fattori di stress unicamente presenti nelle coppie omosessuali ed è necessario che vengano riconosciuti e discussi apertamente se si vuole sviluppare una strategia di trattamento efficace.

L’approccio iniziale al disagio sessuale prende in considerazione il percorso di auto affermazione che ogni individuo deve necessariamente compiere e che ha lo scopo di rendergli possibile l’espressione del proprio orientamento, pur in un contesto di minoranza. L’attenzione ai disturbi del comportamento agito verrà solo in un secondo tempo. Fra tutti, hanno certamente maggior bisogno di aiuto quei pazienti che non riescono ad acquisire il senso di una positiva identità omosessuale.

Per aiutare i pazienti in questo percorso di integrazione sono molto efficaci le terapie di gruppo che dagli anni settanta in poi sono state promosse dalle organizzazioni di aiuto delle comunità omosessuali. I gruppi sono progettati per facilitare la maturazione psicosessuale di pazienti intimamente a disagio per la loro omosessualità, socialmente inibiti e che mostrano di aver interiorizzato i messaggi omofobici che la società produce. In questo tipo di formato terapeutico pare opportuno che almeno uno dei co-terapeuti sia e si identifichi fin dal primo incontro come omosessuale, in modo da fornire un modello di integrazione positiva. Il percorso maturativo all’interno del gruppo valorizza la costruzione di relazioni di fiducia, sostegno, confronto ed intimità emotiva indipendenti da connotazioni erotiche. Questo tipo d’intervento appare particolarmente adatto per aiutare i pazienti a superare le loro personali reazioni omofobiche. Confronto e sostegno sono infatti cruciali per rigettare l’atteggiamento anti omosessuale che gli stessi omosessuali sviluppano in risposta al condizionamento sociale e che blocca la loro crescita emotiva. Nel tentativo di adattarsi a modelli di comportamento che gli sono estranei, il paziente elabora difese psicologiche sempre più complesse e sviluppa uno stato cronico di ansia che aumenta ad ogni situazione conflittuale. Da qui la necessità di un lavoro psicoterapeutico che li aiuti ad accettare la loro identità sessuale e ad affermarla nel contesto sociale nel quale vivono. Riteniamo, però, che un tale intervento non sia e non debba essere considerato indipendente o diverso dal sistema generale della psicoterapia che da sempre lavora per aiutare i pazienti a superare ed integrare i loro conflitti, qualunque essi siano, in un processo di maturazione personale; in aggiunta qui si richiede che il terapeuta abbia conoscenze specifiche e l’abilità di sfidare l’atteggiamento sociale tradizionale.

Prendendo in considerazione i pazienti adulti che abbiano raggiunto una integrazione positiva con il loro orientamento e la scelta dell’oggetto d’amore, troviamo che anche loro, al pari degli eterosessuali, possono sviluppare una disfunzione del comportamento e che esistono vari formati terapeutici per affrontare il problema. Per esempio, le tecniche di trattamento che erano già in uso per chi non avesse un partner sono state impiegate a beneficio dei pazienti gay, visto che questi frequentemente chiedono di entrare in terapia da soli. Questa modalità è nota da tempo e nel caso di pazienti eterosessuali è stata usata per l’anorgasmia, per la difficoltà erettile e per l’eiaculazione precoce. Il razionale dell’intervento si basa sulla relazione empatica con il terapeuta che controbilancia l’ansia, incoraggia e guida il paziente nell’esplorazione delle sensazioni corporee e nella produzione di fantasie erotiche adeguate. Il turbinio delle sensazioni allontana il paziente dal suo sistema difensivo e gli consente finalmente di entrare in contatto con le sensazioni erotiche che prima aveva mortificato.

Le coppie omosessuali femminili pongono problemi diversi, quasi sempre legati alla difficoltà di mantenere l’equilibrio tra fusione e separazione che è la loro peculiarità, una vera e propria trappola! E’ compito del terapeuta incoraggiare l’espressione onesta ma anche vivace dei bisogni reciproci senza perdere la capacità di dimostrare affetto ed attenzione. Anche quando la coppia si presenta in terapia per un problema di comportamento sessuale specifico, sia che riguardi l’anorgasmia o la perdita del desiderio, il terapeuta deve sempre tenere presente che l’equilibrio tra fusione e separazione è la sfida costante della relazione tra donne.