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Sexual pain in women: exploring the manifestations of vaginismus versus vulvodynia

ABSTRACT

BACKGROUND: Sexual pain is frequently seen in gynecological practice as a consequence of lower tract pathology. When organic causes are ruled out, we must think of a functional pain syndrome such as the genital pelvic pain/penetration disorder (GPPD). Vaginismus and vulvodynia require different treatments. Even if gynecologists do not usually man-age functional sexual pain, they can easily reach the differential diagnosis through the sexual pain anamnesis, because some symptoms are specific of one or the other condition.

METHODS: To verify our hypothesis we retrospectively evaluated the clinical records of 44 women affected by function-al sexual pain. The words patients, used to describe their pain, were categorized in the following symptoms: dyspareunia, burning pain, stabbing pain, dryness, itching, and obstacle to penetration, each coded as present or absent.

RESULTS: The unsupervised cluster analysis of the reported symptoms identified two groups: 19 out of 20 women were clinically diagnosed as having vaginismus, while the second group included all the 24 women clinically diagnosed with vulvodynia, plus one vaginismic patient.

CONCLUSIONS: The high adherence between clinical and statistical findings supports that the differential diagnosis between vaginismus and vulvodynia can be reached on the basis of the elements collected during intake, including pain history.

(Cite this article as: Ghizzani A, Sestini P. Sexual pain in women: exploring the manifestations of vaginismus versus vulvo-dynia. Minerva Ginecol 2017;69:1-5. DOI: 10.23736/S0026-4784.16.03966-6)

Sexual pain in women: quality of sex life and marital relations

Common gynecological and dermatological conditions resulting in sexual pain are often observed in gynecological prac-
tice and are easily diagnosed with visual observation and laboratory tests. The lower genital tract diseases we are refer-
ring to are vaginitis, vaginoses, dermatoses, hypoestrogenism and endometriosis. All of them affect the vaginal mucosa
with diverse mechanisms, their effects lasting for only few days or many months. Furthermore, they change the women’s
sense of wellbeing sometimes significantly and for a long period. The conditions we mentioned above are recognized
promptly with basic gynecological interventions but when burning or sharp pain occurs with light pressure (as in case of
penetration attempts) without physical signs we must suspect the genitopelvic pain penetration disorder. This condition
was defined for the first time in the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders-5 and its dimensions include
difficulty or pain at penetration associated with fear, anxiety, and pelvic floor hypertonus. Pain is most often localized at
the vulvar vestibule and described as burning, pressure, and itching. These dimensions are iconic of sexual pain associ-
ated with vulvodyina and vaginismus but are common also in fibromyalgia, a syndrome of widespread chronic pain of
unknown origin; sexual pain in fibromyalgia is mostly attributed both to the joint pathology and to the lower sensitive
threshold that are the pathognomonic signs of this condition. In our study we analyzed the characteristics of pain as re-
ported for each disease to evaluate its influence on sexuality and marital relations.

Femminilità, affettività e sessualità nella donna con vulvodinia

Associazione Vulvodinia Onlus

Grosseto, 4 giugno 2016

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Definizione condivisa da:

International Society for the Study of Vulvovaginal Disease
International Society for the Study of Women’s Sexual Health
International Pelvic Pain Society
Che esclude il dolore vulvare da patologie quali:

  • Infectious (e.g. recurrent candidiasis, herpes)
  • Inflammatory (e.g. lichen sclerosus, lichen planus, immunobullous disorders)
  • Neoplastic (e.g. Paget disease, squamous cell carcinoma)
  • Neurologic (e.g. post-herpetic neuralgia, nerve compression or injury, neuroma)
  • Trauma (e.g. female genital cutting, obstetrical)
  • Iatrogenic (e.g. post-operative, chemotherapy, radiation)
  • Hormonal deficiencies [vulvo-vaginal atrophy]

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La diagnosi si fa prima di tutto escludendo le cause organiche e verificando la storia del dolore dalla sua comparsa alle manifestazioni successive, poi con verificando la presenza dei criteri di Friedrick (1987) con l’osservazione di edema eritema soffusione, l’iperreattività della mucosa e l’ipertono pelvico.

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I sintomi: ferita aperta, carne viva, prurito, pesantezza, malessere di vario genere ma soprattutto bruciore.

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Impediscono di stare seduta a lungo, di andare in bici, di indossare biancheria attillata…

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Ma soprattutto interferisce con la vita di coppia. Voglio ricordare che i sintomi sono scatenati da una pressione tanto lieve che una donna sana non considererebbe dolorosa e che impediscono ogni manipolazione dei genitali.

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Dalla perplessità e dalla difficoltà di capire per se stessa e di spiegare al partner si passa ad un atteggiamento in qualche modo ostile dell’uno verso l’altra. “Tu non mi credi”, cioè tu non credi che veramente io non sappia che cosa mi sta succedendo e “tu non mi desideri più”, cioè non vuoi più fare sesso con me e per questo mi respingi.

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Un altro scenario ugualmente doloroso e difficile da superare senza un aiuto esterno fa vedere l’uomo che si auto accusa di essere un cattivo amante, incapace di curare la propria donna, si prende tutte le colpe, sviluppa una reazione d’ansia e di depressione e si chiude in se stesso.

donna_vulvodinia_Diapositiva09La donna che percepisce come alterata la sua immagine corporea e dubita della sua femminilità perché non risponde alla seduzione del suo uomo.

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Da questo disagio all’evitazione della sessualità il passo è breve. La reazione è comprensibile: se qualcosa è fonte di dolore e di frustrazione è logico evitarla: ma anche se si ne capiscono le ragioni, l’allontanamento dalla relazione intima altera l’equilibrio della coppia nella vita di tutti i giorni, blocca il dialogo, la confidenza e i piccoli gesti d’affetto quotidiani.

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Che cosa possiamo fare?

Non si può prescindere dal curare i sintomi del dolore vulvare. Come si affronta?

La vulvodinia non sembra essere una specifica entità ma piuttosto una condizione multifattoriale.

Il trattamento dovrebbe essere scelto in base alle caratteristiche della malattia in una data paziente e non con un approccio standard uguale per tutte (tipo chirurgia per tutte o terapia fisica per tutte).

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Che cosa facciamo noi?

La mia scuola propone l’uso di farmaci sia per via locale che generale per diminuire lo stato di reattività neuropatica/infiammatoria della mucosa vestibolare in associazione alla terapia fisica , in particolare i dilatatori per la desensibilizzazione e la terapia sessuale comportamentale a sostegno della relazione di coppia.

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Partendo dalla considerazione che le coppie con vulvodinia hanno una storia di evitazione della sessualità a causa del dolore scatenato dalla manipolazione e dai tentativi di penetrazione, il nostro approccio al problema si propone di lavorare per ristrutturare la relazione intima con esercizi di natura sensuale-erotica.

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Nel caso di disfunzioni multifattoriali agire sulla componente organica non è sufficiente. Per questo motivo usiamo gli interventi in sinergia cosi, mentre i farmaci attenuano i sintomi della malattia… spengono il fuoco……

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…la psicoterapia comportamentale focalizzata sul sintomo sessuale aiuto la coppia a ricostruire la sua vita sessuale.

Il risultato dipende da tante variabili, come sempre in qualunque ambito della Medicina, ma nel caso del dolore sessuale…

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…è enormemente influenzato dall’armonia della coppia.

Se la coppia non è riuscita a sopportare il peso della malattia e si è deteriorata a causa della patologia, oppure è finito l’amore per motivi relazionali precedenti e indipendenti dalla vulvodinia, sarà poco realistico aspettarsi quella risoluzione felice e positiva che è invece facile da ottenere nelle relazioni d’amore.

 

Una carezza spinosa!

Quando fare all’amore non dà piacere ma dolore, o quando la sessualità invece di avvicinare allontana, diventa difficile andare incontro al proprio uomo con l’aspettativa di vivere momenti magici, così come è difficile continuare a nutrire il desiderio quando l’esperienze sono tanto sofferte. Le pazienti che hanno dolore cronico localizzato all’ingresso della vagina raccontano lo stupore e la rabbia di quando hanno capito che cosa stava succedendo proprio a loro. Senza un motivo apparente, la sessualità all’improvviso diventa fonte di un dolore fisico importante e di una mortificazione infinita.

Sembra che i nostri genitali non ci appartengano più perché non riconosciamo le sensazioni che trasmettono: secchezza, contusione, irritazione e dolenzia che si diffonde ai delicati tessuti genitali finora erano sconosciute! Il dolore fisico pone una limitazione importante alla vita di coppia, ma ancora più sconvolgente per il fragile equilibrio amoroso è il fatto di non capire perchè c’è questo dolore. Ormai sappiamo tutti molto bene che quando non si fa volentieri l’amore il nostro corpo ci tradisce creando i presupposti biochimici per una disfunzione (dalla difficoltà erettile in poi); quindi è logico che una coppia che si trova di fronte ad un quadro di dolore senza motivo apparente vada in crisi pensando che la relazione non funzioni più.

Nella prospettiva del terapeuta sessuale, è molto interessante vedere che i due partner -il portatore del sintomo e quello sano- hanno reazioni uguali. Tutti e due si sentono in colpa: uno perché ha questa reazione assurda e l’altro perché non si vede più come la persona seducente che era prima; tutti e due si sentono inadeguati perché non riescono a dimostrare e a dare all’altro l’amore che vorrebbero; tutti e due si aspettano di essere lasciati perchè ritengono di non essere più desiderabili; e tutti e due pensano di dover chiudere la relazione perché non c’è più amore. E’ facile capire come una sindrome che dà dolore cronico e che impedisce di avere rapporti sessuali, pena un’esacerbazione notevole dei sintomi, provochi effetti disastrosi nella paziente e nella coppia.

Certamente i due hanno bisogno di una guida esperta che li aiuti a capire la natura del loro problema fisico, ma che soprattutto li aiuti a comunicare il loro disagio e, perché no!, a sfogare la rabbia senza distruggere la relazione. Ottenere questo non è facile perché non sono molti i ginecologi che si occupano di sindromi di dolore cronico vulvare, come ci fanno capire le pazienti che riferiscono di aver visto più medici prima di avere una diagnosi adeguata. Secondo quanto riportato in letteratura, la vulvodinia o sindrome vulvo vestibulare (VVS) è definita come una patologia rara di dolore cronico del basso tratto genitale femminile. Il termine descrive un dolore di intensità stabile o ricorrente ad etiologia ignota. Uno dei più vecchi articoli sull’argomento, ci dice come Harvey Blank abbia coniato il termine “Vulvodinia” nel 1977, quando per lo studioso fu chiaro che il dolore genitale cronico non era dovuto ne’ ad infezioni ricorrenti ne’ ad una stato emotivo alterato delle pazienti.

Nella vulvo vestibulite il dolore è localizzato precisamente al vestibolo, la regione che si estende dal margine imenale esterno alla linea di Hart. La sindrome appare associata a malattie più o meno comuni come: candidosi ricorrenti, endometriosi, malattie dermatologiche, atrofia, neuropatie perineali e sindromi mialgiche; altre pazienti sono portatrici di diatesi allergiche o di infezioni subcliniche o pregresse da HPV ed HSV. Ancora non si capisce la natura di questa associazione ed è anche vero che donne con VVS, per quanto molto sofferenti, possono non avere alcuna delle patologie menzionate. I sintomi clinici sono costituiti principalmente da dolore e bruciore, sono sempre gravi e provocano una limitazione delle attività quotidiane ed una scadimento della qualità di vita. Il disagio può essere presente senza alcun segno di alterazione patologica della mucosa genitale; oppure può essere associato ai segni fisici dell’infiammazione cronica: edema, iperemia e trasudato che soddisfano i criteri stabiliti per la diagnosi da Friedrich nel 1987.

Il poco che si può apprezzare ad occhio nudo fa pensare da una reazione flogistica tipica ma spesso l’aspetto non è consistente con la gravità dei sintomi. E’ incredibile vedere quanto siano gravi i disagi che la malattia porta nella vita di tutti i giorni e nella relazione intima per quanto l’area interessata sia minima ed i cambiamenti fisici modesti. Ed è ugualmente straordinario osservare quale sofferenza possa provocare una malattia a cui ad oggi non si riconosce alcuna base anatomica chiara. Non solo le pazienti non possono avere rapporti sessuali senza che ci sia una esacerbazione del dolore; il dolore arriva lo stesso se vanno in bicicletta, portano indumenti attillati o stanno sedute a lungo, per non parlare della loro suscettibilità alle infezioni…

Lo scadimento della qualità di vita e la limitazione alle attività quotidiane sono a dir poco mortificanti. Le pazienti sono preoccupate, arrabbiate e deluse per la difficoltà di trovare un aiuto concreto ed è comprensibile che, nella loro ricerca, passino da un medico all’altro; il pellegrinare tra vari medici, per quanto umanamente comprensibile, rende ancora più improbabile che un professionista possa aiutare la paziente a trovare un suo personale accettabile equilibrio tra le fasi di esacerbazione e l’uso di farmaci che hanno un’efficacia bassa. Secondo studi multicentrici, sembra che ci vogliano in media 8 anni perché la VVS sia diagnosticata e trattata in modo adeguato. Forse per la difficoltà di avere coorti di pazienti ben selezionate, la letteratura riporta dati piuttosto discordanti sulla sua incidenza: la stima varia dal 15% fino a meno dell’1%, con una prevalenza nella popolazione più giovane.

La sindrome vulvo vestibolare è di certo interessante per medici come il ginecologo o il terapeuta sessuale che sono coloro ai quali viene più spesso chiesto aiuto; o per gli scienziati che studiano i meccanismi del dolore e che si trovano ad indagare fenomeni apparentemente sine materia. Anche il nostro progetto di ricerca vede riunite figure professionali con esperienze diverse: il nostro scopo è capire l’origine anatomica del dolore, ma anche l’influenza che gli eventi esterni possono avere sulla percezione soggettiva del dolore stesso. Speriamo che da questa prima raccolta di dati possano svilupparsi ulteriori progetti volti alla puntualizzazione dell’etiologia e, di conseguenza, di una terapia adeguata…

Anna Ghizzani

SESSUOLOGIANews, 2009

Il comportamento sessuale in un campione di donne affette da Fibromialgia e/o Vulvodinia

32941043-Grande-folla-gruppo-di-donne-diverse-et-professionisti-femminile-illustrazione-imprenditrici-Archivio-FotograficoRiassunto

La fibromialgia (FM), caratterizzata da dolori muscolo scheletrici diffusi, influenza negativamente la vita sessuale provocando dispareunia, perdita del desiderio e insoddisfazione nella relazione di coppia. Siccome le sindromi di dolore cronico tendono ad associarsi, per una donna fibromialgica la probabilità di sviluppare la vulvodinia (VD) risulta più elevata che per una persona non affetta da FM.

La VD è caratterizzata da dolore vulvare urente che impedisce di avere un rapporto sessuale ed è classificata come Disordine Genitopelvico/Penetrazione nel DSM 5.

L’associazione tra FM e VD è difficile da riconoscere perchè le pazienti tendono ad attribuire tutti i sintomi alla malattia diffusa e non pensano che la dispareunia possa avere origine diversa. Per stabilire i criteri necessari per la diagnosi differenziale tra le due sindromi, abbiamo valutato le caratteristiche della dispareunia ed il comportamento sessuale di pazienti con FM in paragone a pazienti con VD e abbiamo potuto riscontrare differenze significative sull’insorgenza del dolore urente, sulla capacità orgasmica e sulla frequenza sessuale.

 

Introduzione

La fibromialgia (FM), è caratterizzata da dolori muscolo scheletrici diffusi a tutte le regioni del corpo che, come tutte le sindromi di dolore cronico, colpisce prevalentemente le donne, è invalidante (1) ed ha un impatto negativo sulla vita delle pazienti che va ben al di là della sofferenza fisica perché interferisce con attività come lavorare, fare sport, curare la famiglia e la casa (2). Molte pazienti riferiscono di avere una vita sessuale problematica con dolore durante il rapporto e difficoltà ad assumere o mantenere una posizione adatta. Il disagio che ne segue fa diminuire il desiderio con conseguenti difficoltà alla lubrificazione e all’orgasmo (3, 4). La sessualità risente anche della depressione di cui molte di queste pazienti soffrono (5) e delle difficoltà di relazione di una coppia condizionata dalle limitazioni fisiche, dal dolore costante e dalla perdita di gratificazione erotica (6) .

Le sindromi di dolore cronico tendono ad associarsi nello stesso paziente e a colpire più membri della stessa famiglia; la letteratura ci dice che genitori e figli di pazienti fibromialgici mostrano una soglia del dolore più bassa dei controlli, una probabilità di 8.5 volte maggiore di ammalare di fibromialgia e un’alta probabilità di sviluppare una comorbidità con i disturbi dell’umore, la sindrome del colon irritabile, la sindrome temporo-mandibolare o la cefalea (7) e che le probabilità di sviluppare la vulvodinia per donne affette da multiple condizioni di dolore cronico aumentano di 2.3 fino a 5 volte (8). Queste patologie hanno in comune l’iperalgesia somatica e l’ipersensibilità al dolore, fattori che sostengono l’ipotesi che uno stesso meccanismo patogenetico sia coinvolto in tutte le sindromi (9). Inoltre, il profilo genetico della vulvodinia mostra un polimorfismo per varianti che regolano la risposta infiammatoria e che potrebbero contribuire alla flogosi della mucosa vestibolare che si osserva in queste pazienti (10, 11) mentre il sistema serotoninergico appare in relazione con la sensibilità al dolore della vulvodinia attraverso il polimorfismo genetico del recettore 2A. (12).

La vulvodinia (VD), caratterizzata da iperalgesia e allodinia, è diagnosticata sulla storia del dolore dopo aver escluso le patologie ginecologiche e dermatologiche; si divide in primitiva o secondaria (insorgenza al primo rapporto o dopo un periodo variabile di funzionamento fisiologico) oppure in provocata o disestetica (a seconda che il dolore sia scatenato da una lieve pressione o insorga spontaneamente). Il dolore è di tipo urente accompagnato da sensazioni di pressione, taglio o carne viva; risponde a stimoli irritativi quali indossare vestiti attillati o intimo colorato, fare passeggiate, usare il motorino, stare seduta a lungo e così via. La limitazione alla vita sessuale è ciò che compromette di più la qualità di vita. Infatti, il dolore alla penetrazione è spesso tanto intenso che le pazienti non riescono ad iniziare o devono interrompere un rapporto, con un grande disagio emotivo che si riflette sulla relazione. Il DSM-5 (13) classifica la vulvodinia come Disordine Genitopelvico/Penetrazione.

Come tutte le sindromi di dolore cronico, anche la VD tende ad associarsi (14) ma quando l’associazione è con la fibromialgia, la stessa VD può essere difficile da riconoscere perchè le pazienti tendono ad attribuire tutti i sintomi alla malattia diffusa e non pensano che il dolore che interessa un solo distretto possa avere origine diversa.

Per quanto appena detto, abbiamo valutato le caratteristiche della dispareunia ed il comportamento sessuale in un gruppo di pazienti fibromialgiche paragonando questi dati a quelli ottenuti da pazienti affette dalla sola vulvodinia.

 

Materiale e metodo

In un periodo di 36 mesi consecutivi, un gruppo di 82 pazienti con dispareunia, di età compresa fra i 23 ed i 65 anni a cui era stata diagnosticata la Sindrome Fibromialgica/Sindrome di Dolore Cronico Diffuso presso il Laboratorio di Psicofisica del Dolore dell’Università di Siena, è stato sottoposto ad una visita ginecologica per la ricerca di una eventuale associazione con la vulvodinia e per una raccolta di dati relativi al comportamento sessuale.

Nello stesso periodo, 36 pazienti, di età compresa fra 20 e 62 anni che si erano rivolte al Servizio di Medicina Sessuale della Clinica Ostetrica della stessa università sempre riferendo dispareunia, è stato sottoposto alla stessa visita ginecologica e all’anamnesi sessuologica.

Per prima cosa, l’esame ginecologico ha verificato l’assenza di infezioni, infiammazioni o dermatosi dei genitali esterni; successivamente le signore sono state interrogate sulle caratteristiche del dolore (urente, pressorio, da taglio), sulle sue modalità d’insorgenza (al primo rapporto, dopo un periodo di benessere, in concomitanza della fibromialgia), e su quali stimoli erano collegati alla sua comparsa (una lieve pressione oppure nessuno stimolo). Si sono raccolte informazioni sulle caratteristiche della prima insorgenza e delle ricorrenze del dolore alla penetrazione, sugli stimoli capaci di scatenare un episodio, sul persistere del dolore dopo il rapporto (distinguendo tra durata uguale o maggiore di un’ora e durata uguale o maggiore di un giorno), sulla capacità di raggiungere l’orgasmo e sulla frequenza dei rapporti (distinguendo tra una o più volte al mese, meno di una volta al mese, oppure sessualità sospesa da un anno o più). Con queste informazioni è stato possibile formulare o escludere la diagnosi di vulvodinia sia nelle fibromialgiche che nelle pazienti non affette da FM.

Per l’analisi dei dati sono stati utilizzati le percentuali e il Test Chi-quadrato, a due vie (SPSS vers. 16.0).

 

Risultati

Le nostre pazienti mostravano tutte le varianti della VD descritte sopra (primitiva, secondaria, provocata e disestetica) ma nella valutazione della funzione sessuale non abbiamo potuto distinguere i vari gruppi per l’esiguità del campione.

La valutazione delle cause di dispareunia sembrava dimostrare che per 46 (56%) delle pazienti con FM (età 26-65) questa era una conseguenza della patologia fibromialgica senza evidenza di un quadro vulvodinico mentre nelle rimanenti 36 (44%) donne fibromialgiche (età 23-65) è stata riconosciuta l’associazione con la vulvodinia; tutte le 36 pazienti autoriferite (età 20-62) risultavano affette da vulvodinia. La valutazione clinica finale riconosceva tre gruppi distinti in 46 soggetti con sola fibromialgia (FM), 36 soggetti con fibromialgia e vulvodinia associate (FM-VD) e 36 pazienti con vulvodinia (VD).

Le pazienti FM non avevano dolore dopo il rapporto che invece persisteva per 1 ora o più in 15 (41,7%) donne con associazione di FM-VD e in 14 (38,9%) pazienti con sola VD e per 1 giorno o più in 8 (22,2%) FM-VD e in 12 (33,3%) VD. La capacità di avere orgasmi è mantenuta in 41 (89,1%) pazienti FM, in 12 (33,3%) pazienti FM-VD e in 8 (22,2%) pazienti VD.

Lo studio dell’attività sessuale nei tre gruppi mostra che una frequenza di 1 o più volte al mese si trova in 41 (89,1%) pazienti FM, in 16 (44,4%) FM-VD e in 6 (16,7%) VD; mentre una frequenza di meno di una volta al mese si trova in 5 (10,9%) pazienti FM, in 13 (36,1%) FM-VD e in 18 (50%) delle VD; nessuna paziente FM ha una sessualità sospesa da un anno o più mentre ciò avviene in 7 (19,5%) FM-VD e in 12 (33,3%) VD (tav. 1).

L’analisi dei dati mostra una differenza altamente significativa nella frequenza dei rapporti quando il gruppo FM è paragonato ai gruppi FM-VD e VD presi insieme (test Chi-quadrato =39,71; P<0,001). Paragonando le pazienti FM-VD con le VD si è ottenuta una differenza statisticamente significativa relativamente alla frequenza dei rapporti sessuali (test Chi-quadrato = 6,67; P = 0,04) mentre non sono risultate statisticamente significative le differenze relative al dolore dopo il rapporto (test Chi-quadrato = 1,23; P = 0,54) e alla presenza di orgasmo (test Chi-quadrato con correzione di Yates = 0,62; P = 0,43).

 

Discussione

All’osservazione di questi dati, appare evidente la differenza tra il comportamento sessuale delle pazienti senza e con vulvodinia. La mancanza di dolore urente alla penetrazione, la maggiore capacità orgasmica e la maggior frequenza danno un quadro migliore della vita sessuale delle pazienti FM rispetto alle FM-VD e alle VD; inoltre, i dati sembrano appena più favorevoli per il gruppo FM-VD, come indica l’analisi statistica. L’osservazione clinica, infatti, ci mostra le pazienti VD sembrano molto più sofferenti, intolleranti e desiderose di un trattamento, che richiedono con urgenza, in paragone alle donne con FM-VD, apparentemente meno condizionate dalle difficoltà sessuali, che hanno parlato dei loro sintomi solo quando è stata fatta un’indagine specifica per valutare la possibile associazione. Possiamo speculare che forse queste pazienti riescano a tollerare meglio la vulvodinia in quanto il dolore sessuale è solo uno fra tanti sintomi e solo una delle tante limitazioni con cui devono convivere e che un po’ del suo impatto negativo si stemperi fra mille altre fonti di disagio.

 

Conclusioni

Questi risultati, sebbene ottenuti su un numero limitato di casi (volontari), hanno fornito importanti informazioni che possono essere di aiuto per valutare in maniera più consapevole il disagio sessuale delle donne affette da FM e/o VD.

Il primo autore esprime riconoscenza al prof. Giancarlo Carli, già direttore dell’Istituto di Fisiologia Umana Normale dell’università di Siena, per averla introdotta allo studio delle sindromi di dolore cronico.

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Misterioso, frustrante e disabilitante: il dolore genitale

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Il dolore che colpisce vulva vagina e vescica può avere cause organiche facilmente osservabili, cause organiche  che però non hanno segni esteriori,  e cause funzionali. Quadri clinici simili, che si sovrappongono e richiedono un’anamnesi ben circostanziata per poter essere differenziate. Continua la lettura di Misterioso, frustrante e disabilitante: il dolore genitale

Provoked Vulvodynia

PVD is a medical condition that results in distressing pain in the area around the vagina, brought on by touching. It’s a type of Vulvodynia, which is simply Latin for “pain in the external female genitals”. PVD stands for Provoked Vestibulodynia, and is one of the most common forms of this type of pain. The “provoked” part of PVD means the pain comes as a result of physical contact, even very light touching. (The unprovoked type is called Dysesthetic Vulvodynia.)

PVD is still poorly understood, and it’s a tricky disease to identify. Many medical professionals, even gynecologists who specialize in genital health, are not trained to look for PVD and fail to recognize it. For the same reasons, patients often feel they are inventing this very real condition. The intention here is to educate people about the syptoms and causes of PVD so they can seek the right treatment.