Studio sulla sessualità dopo un’isterectomia

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L’isterectomia semplice è il più frequente intervento di chirurgia ginecologica, dopo il taglio cesareo; si effettua in pazienti in varie fasce d’età ma soprattutto nella decade che va dai 50 ai 60 anni, per patologie non tumorali come l’endometriosi, la fibromatosi ed il prolasso, ed interessa un numero riguardevole di donne altrimenti sane, attive e che si aspettano di poter continuare il loro stile di vita per gli anni a venire, senza condizionamenti per l’intervento subito.

Purtroppo non tutte le pazienti riescono a dimenticare l’evento chirurgico ed in letteratura si trovano descritti casi di donne che hanno sviluppato un disagio verso la sessualità senza altra causa apparente che l’asportazione dell’utero, a fronte di altre che sembrano rifiorire. Tra le varie categorie di professionisti della salute, gli psicologi sono i più inclini a denunciare gli effetti negativi dell’intervento, forse perché a loro si rivolgono solo le pazienti che sviluppano una crisi dell’umore o dell’affettività; i chirurghi, d’altro canto, vedono principalmente i risultati positivi perché la risoluzione della malattia è l’interesse specifico del loro lavoro.

Il fatto che non esistano dati univoci ci fa capire da una parte quanto il problema sia complesso e quanto sia necessario studiarlo usando un metodo d’indagine rigoroso che tenga conto di tutti gli aspetti, sia organici che funzionali, che siano pertinenti all’espressione della sessualità di una coppia.

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Per studiare l’aspetto psicologico e le aspettative delle pazienti nei diversi tempi del loro percorso chirurgico abbiamo selezionato donne in lista di attesa per intervento di isterectomia semplice, che si sia reso necessario esclusivamente a causa di patologie benigne, quali l’endometriosi, la fibromatosi ed il prolasso.

Per valutare gli effetti diretti dell’isterectomia sull’emotività e la sessualità si devono escludere pazienti portatrici di patologie gravi, invalidanti o tumorali, che costituiscono di per se’ un fattore di stress importante in grado di alterare l’equilibrio emotivo e relazionale e che nel nostro caso impedirebbero una visione corretta del problema. Un’ulteriore selezione si rende necessaria per escludere la presenza di patologie organiche impegnative a carico del partner.

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Inoltre, poichè la nostra indagine non può prescindere dalla relazione diadica, si richiede anche che le nostre pazienti siano in una situazione di convivenza stabilizzata da almeno un anno.

Una volta selezionate, le pazienti sono invitate a partecipare ad una serie di incontri per definire le loro caratteristiche demografiche e parlare della loro reazione all’isterectomia.

Protocollo di Studio

1° Colloquio – 

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Durante il colloquio d’ingresso si raccolgono dati relativi alle caratteristiche demografiche (età, stato civile, titolo di studio, posizione socio-economica, provenienza geografica); all’anamnesi medica; all’indicazione per l’isterectomia; alla gravità della sintomatologia; a come i sintomi interferiscano con le attività quotidiane, con la qualità della vita e della sessualità della paziente; ed, infine, allo stato di menopausa.

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IsterectomiaMetodo2002-3Il fulcro del nostro lavoro è capire quali ostacoli possano impedire che dopo un’isterectomia si mantenga un comportamento sessuale gratificante quindi poniamo tanta attenzione per capire come funzioni la relazione di coppia e quali cambiamenti le pazienti paventino per il futuro. Il fatto che una coppia abbia alle spalle anni di complicità e sessualità gratificanti è il miglior fattore di prognosi per il suo futuro.

2° Colloquio –

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Il primo incontro del post-operatorio avviene dopo un mese dall’intervento, cioè alla fine della convalescenza, quando se ne possono studiare gli aspetti più strettamente organici.

Prima di tutto, la nostra attenzione è per l’aspetto medico della convalescenza. Vogliamo sapere se l’intervento ha avuto effetti immediati e se la paziente ha potuto riprendere la sua vita normale. Si ricercano inoltre eventuali problemi residui, come incontinenza o disuria che possono richiedere un tempo di assestamento più lungo.

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Ulteriori informazioni riguardano la capacità di riprendere uno stile di vita soddisfacente. Infine, ci interessa sapere se la paziente ha potuto contare sul sostegno di persone significative per lei, come il marito, la madre, le amiche, che le abbiano consentito di dare voce alle paure ed ai dubbi e che, con la loro presenza, l’abbiano rassicurata, rasserenata e sostenuta. L’incontro rinnova la relazione d’aiuto con il terapeuta, che si conferma come riferimento costante, disponibile e per questo capace di individuare i bisogni di ogni singola donna.

3° Colloquio – 

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Il terzo incontro con le pazienti isterectomizzate avviene a circa tre mesi dall’intervento. Ripetiamo ancora che questo è il momento giusto per raccogliere le informazioni relative alla loro sessualità e per valutare l’opportunità di un intervento terapeutico. Durante il colloquio chiediamo se permangono reliquati in qualche misura invalidanti o se la vita è migliore e la paziente ha potuto riprendere le attività abituali senza problemi. A questo stadio dell’iter terapeutico si può considerare che la sessualità sia ripresa da un numero sufficiente di settimane da essere tornata quella che era prima dell’intervento, cioè un’attività condivisa per la quale ciascuna coppia sviluppa le proprie consuetudini e crea il proprio equilibrio, ovviamente dipendenti dalle esigenze e dalla personalità dei due partner. Questo è dunque anche il momento per indagare la presenza di un eventuale disagio psicologico, sessuale o relazionale che potrebbe avere le sue radici nel passato della coppia, ma che potrebbe essere svelato o accentuato dallo stato di debolezza scatenato dalla malattia e dall’intervento.

Due argomenti molto importanti vengono affrontati in questa fase: il primo riguarda l’immagine del proprio corpo che qualche paziente, particolarmente sensibile, potrebbe ritenere alterata ed inadeguata al suo ruolo femminile dopo l’asportazione dell’utero; il secondo cruciale argomento è relativo alla presenza di un supporto emotivo che le ha permesso, o meno, di poter esprimere le proprie paure ricevendo rassicurazione e conforto.

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A completamento delle informazioni che desideriamo raccogliere, a tutte le pazienti viene somministrato il DAS (Dyadic Adjustment Scale di G. B. Spanier), questionario psicometrico per la valutazione della relazione diadica, composto da quattro scale: consenso, soddisfazione, espressione d’affetto e coesione.

L’ultimo atto del nostro terzo incontro consiste nel prendere una posizione più direttiva se riteniamo che la situazione lo richieda. Infatti, se ci sembra che il disagio della donna raggiunga un livello non giustificato dall’evento patologico a cui è andata incontro e che la paziente non sia in grado di risolverlo con le sue sole forze, manifestiamo le nostre perplessità alla paziente al fine scegliere una modalità terapeutica che le sembri condivisibile. Il nostro scopo è quello di darle materia su cui riflettere, mentre la invitiamo a tornare da noi entro un periodo massimo di tre mesi.

4° Colloquio –

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Nel caso che una paziente decida di tornare le chiediamo di venire insieme al marito perché è necessario che anche lui lavori per la relazione in maniera convinta ed incondizionata. E’ durante quest’ultimo incontro che si valutano i bisogni primari della coppia e si sceglie l’indirizzo terapeutico che ci sembra più appropriato, non solo per quello che può apparire come loro bisogno oggettivo, ma anche per quello che la coppia desidera risolvere per prima cosa. Le possibilità terapeutiche che raccomandiamo sono o una psicoterapia focalizzata sul disagio sessuale, oppure un intervento più ampio che esplori la relazione diadica. Più raramente si deve considerare l’uso di psicofarmaci per la presenza di un disturbo dell’affettività o di una nevrosi d’ansia In ogni caso, quando si rende necessario un intervento curativo (psico o farmacologico) il coinvolgimento diretto del nostro gruppo si deve ritenere concluso.

Conclusioni

Per l’esperienza fatta con le pazienti e per le conoscenze empiriche di quanto presente nella letteratura internazionale, ci sembra che il nostro protocollo di studio sia adeguato ad ottenere quelle informazioni sia mediche che psicosessuologiche che riportiamo nelle tabelle a seguire.

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Più del 50% delle pazienti non ancora in menopausa accettava di buon grado la perdita dei cicli mestruali.

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Solo il 3% delle pazienti sviluppava disturbi dell’umore permanenti

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Solo il 2% delle pazienti sviluppava difficoltà sessuali permanenti.