I soldi mandano l’acqua all’insù

Meno di dieci anni fa, in effetti era solo il 1998, è entrato in commercio il primo farmaco orale per la disfunzione erettile. Questo semplice fatto ha avuto effetti dirompenti in campo sessuologico, anche se i farmaci erettogeni per via intracavernosa e le protesi peniene erano in uso dagli anni 80. E` difficile dire come mai le protesi orali abbiano avuto tanto successo: forse perché la facile via di somministrazione e la quasi totale assenza di effetti collaterali hanno fatto intravedere un uso ludico di queste medicine; o forse perché la loro commercializzazione e` stata accompagnata da una serie infinita di dibattiti e da una vasta campagna pubblicitaria che si è estesa ben oltre i limiti della comunità medica ed ha portato l’attenzione del pubblico sui problemi della sessualità maschile.

Il fenomeno si ripete ciclicamente da quando sono state acquisite le PDE5, i farmaci erettogeni attualmente più efficaci. Addirittura, sia la stampa che la televisione hanno passato informazioni che ne suggerivano un uso ad libitum per migliorare le prestazioni a beneficio degli uomini ma anche per diventare migliori amanti per le donne. Il fatto che a breve siano state sintetizzate nuove molecole consorelle è stata un’ulteriore occasione per parlare di sessualità, grazie alle case farmaceutiche che hanno fatto la loro legittima parte per promuovere i prodotti. La pubblicità è l’anima del commercio ed un buon giro d’affari è quello che serve per ripagare gli investimenti e creare la base di ulteriori sviluppi.

Investimento e sviluppo in Medicina significano studio e ricerca, da cui progresso: una catena di eventi che non può andare avanti se non c’è un profitto che consenta di pagare i conti. Così è solo logico che l’industria abbia cercato di assicurarsi un mercato, promuovendo la consapevolezza del problema e di una sua possibile cura. Non può certo essere accusata di aver creato un bisogno effimero! Anzi grazie ad interventi di questo tipo, il carosello pubblicitario sui rimedi per l’impotenza ha “incoraggiato a curarsi”. Se si svolge questo concetto come se fosse un tema di scuola, saltano fuori tante e complesse cose: per esempio che la disfunzione esiste e che è abbastanza diffusa, anche se la mancanza di manifestazioni esteriori non consente una stima precisa.

Del resto non tutti chiedono di essere curati ed è importante capire che pazienti diversi possono vivere in maniera molto diversa una patologia. Pensiamo alla menopausa, che è solo un evento fisiologico con qualche noioso effetto collaterale. L’esperienza clinica ci dice che i problemi postmenopausali sono percepiti, sopportati ed accettati in modo diverso a seconda delle aspettative. Lo stesso vale per le disfunzioni sessuali che possono essere accettate, oppure percepite come un problema pesantissimo. Si può speculare che i motivi per rifiutare il trattamento medico in qualche caso possano essere condivisibili, ma anche che ignoranza, paura e vergogna esistano ancora nella nostra civilissima Toscana; così, per qualche paziente sentir parlare pubblicamente delle disfunzione e di una possibile cura può essere forse l’unico stimolo per aprirsi.

In questi tempi un pò beceri, la sessualità rimane l’area più intima della vita e per chi è più sensibile, il pudore impedisce di parlarne con facilità. Per questi pazienti tutte le informazioni divulgate sono un aiuto prezioso ed il taglio discorsivo usato nella pubblicità è quello giusto per promuovere un atteggiamento mentale aperto a nuove soluzioni. Ho scelto un titolo provocatorio per sottolineare il concetto che proprio la massiccia campagna pubblicitaria sulle protesi orali ha fatto parlare di sesso e dei suoi problemi (specie di quelli ad etiologia organica) ed ha risvegliato l’interesse di chi può avere bisogno della riabilitazione. Penso alle persone di mezz’età, agli operati ed ai malati cronici.

I tre criteri si adattano agli operati per tumore prostatico: la malattia colpisce adulti sopra i 50 anni; la chirurgia altera la capacità sessuale; il cancro è percepito come una malattia cronica anche quando si ottiene l’ablazione del singolo nodulo, perchè richiede continui controlli. Questi pazienti sono ad altissimo rischio di perdere la loro capacità erettile per una serie di motivi che, in estrema sintesi, possono essere ricondotti ad una sofferenza ischemica dei tessuti penieni. Una terapia con farmaci erettogeni può limitare i danni dell’intervento, ma solo a patto che la terapia sia intrapresa precocemente. Gli ammalati, come tutti quelli affetti da una patologia potenzialmente mortale, non hanno voglia di pensare al sesso e proprio non se la sentono di fare una cura anche per questo. Ma lo devono fare, devono cioè mandare l’acqua all’insù.

In questo senso trovo che la campagna pubblicitaria per il Sildenafil & C. abbia notevolmente contribuito a forzare una scelta terapeutica necessaria che comporta un impegno pesante per la coppia colpita ma che è la sola realistica. Certo, gli schemi di posologia sono ancora sperimentali ed i risultati modesti: ciò ci rende difficile comunicare ottimismo e tenere i pazienti impegnati in trattamenti lunghi e complicati. Ma è la miglior risorsa che abbiamo e dobbiamo essere solo grati a chi, non solo ha fornito le medicine, ma è riuscito a far arrivare il messaggio alla popolazione. Che il problema debba essere affrontato su larga scala è innegabile: secondo la letteratura, i pazienti intervistati da 1 a 6 anni dopo la prostatectomia radicale ammettevano che l’impotenza era la loro maggiore difficoltà ed il loro maggior cruccio, senza paragone rispetto alla preoccupazione per la ripresa della malattia.

Negli Stati Uniti un personaggio politico di spicco ha raccontato in pubblico i suoi problemi dopo la prostatectomia, aiutando molti ad accettare la DE ed a parlarne apertamente. Sfortunatamente l’etiologia del disturbo rende difficile trovare una cura efficace: anche le PDE5 richiedono tanto tempo prima di dare qualche risultato apprezzabile ed in questo frattempo molti decidono di gettare la spugna. A seconda delle statistiche, circa il 20% di pazienti riacquista una capacità sessuale, sia spontaneamente che con l’uso di farmaci, mentre l`80% rimane disfunzionale; tra di loro circa il 60% sviluppa un notevole disagio, mentre i rimanenti se ne fanno una ragione e recuperano uno stato d’animo più sereno. L’accettazione dipende dall’età e dalla relazione di coppia, ma il percorso non è sempre chiaro, tanto da ricordarci come la risposta ad un problema sessuale sia unica ed individuale.

I pazienti trattati con successo con terapia chirurgica ablativa per un’unica localizzazione possono avere una sopravvivenza media senza ripresa della malattia pari o superiore ai 15 anni; ciò rende importante migliorare la vita che li aspetta. Nel 1946 l`OMS ha definito la salute come “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente un’assenza di malattia”: tanto ci obbliga a considerare tutti gli aspetti che contribuiscono alla qualità della vita. Non è difficile capire come la DE sia un problema che mina l’autostima ed il tono dell’umore del paziente, anche quando poterla imputare ad una malattia organica allevia il senso di colpa. Continuare la riabilitazione farmacologica per molti mesi senza scoraggiarsi richiede determinazione ed il sostegno incondizionato della compagna.

Per questo noi riteniamo indispensabile parlare del problema erettile con la coppia ed offriamo il supporto della terapia sessuale comportamentale. La seduta terapeutica è il momento ideale non solo per accogliere il disagio della disfunzione ma anche per stimolare la comunicazione tra i partner e lavorare perché l’evento tumore (con l’aspettativa di morte ed i reliquati organici) non li riduca al silenzio, minando la loro intimità sentimentale e sessuale. Inoltre, beneficiare di interventi mansionali aiuta la coppia a ritrovare la sua potenzialità: così il recupero della dimensione erotica consente di fare il miglior uso delle protesi farmacologiche.

Anna Ghizzani,

SESSUOLOGIANews, 2005