Le malattie sessuali nella pratica medica

Negli ultimi venti anni si sono verificati due eventi straordinari che hanno travolto il modo di trattare la sessualità sia sul piano sociale che su quello medico e da parte dei grandi mezzi di comunicazione. L’epidemia dell’AIDS e l’avvento delle terapie farmacologiche per la disfunzione erettile hanno fatto in modo che si parlasse di comportamento sessuale a tutti i livelli sociali (nelle scuole, in famiglia, in pubblicazioni divulgative) e che a questo fossero interessate tutte le fasce d’età: i giovani, i genitori, gli educatori ed i più anziani.

I motivi dell’interessamento personale o professionale potevano essere diversi ma l’effetto ottenuto è stato uno solo, quello di rendere “usuale” una discussione sul comportamento e sull’aspetto relazionale della sessualità. Siamo in debito con il terribile virus dell’AIDS per aver stimolato la richiesta, l’interesse ed infine la divulgazione di informazioni per contrastare la trasmissione di malattie sessuali e, come collaterale, per effettuare una contraccezione degna di tale nome.

Pochi anni più tardi, l’avvento delle protesi farmacologiche per la difficoltà erettile (dalle prostaglandine ai farmaci di ultima generazione ancora in fase di sperimentazione clinica) ha permesso un radicale cambiamento nell’approccio terapeutico al problema. Questo ha provocato un interesse, finalmente ottimistico, da parte del grande pubblico con un fiorire di dibattiti sulle disfunzioni sessuali, argomento ancora tanto sensibile, che vengono presentati dai grandi mezzi di comunicazione con un linguaggio popolare, esplicito e spesso scientificamente “buffo”.

L’interesse per farmaci che possono migliorare il desiderio, rallentare o sveltire la risposta allo stimolo, condizionare l’orgasmo ed eliminare il disagio è enorme e l’industria farmaceutica lavora a pieno ritmo per poter soddisfare le nuove necessità. Oggi nonni e nipoti sono paradossalmente diventati possibili candidati per un farmaco “sessuale” e né uni né gli altri vogliono accontentarsi o rinunciare se un aiuto è possibile. Tutto questo presenta senza dubbio molti aspetti positivi e tocca al medico di famiglia, prima ancora dello specialista, di trovarsi in prima linea una volta di più; infatti è da lui che i pazienti si aspettano una guida esperta su cui contare per avere un consiglio ragionato ed ottenere un regime terapeutico efficace.

E’ innegabile che dall’avvento dell’epidemia dell’AIDS, il medico sia stato investito della responsabilità di conoscere anche la vita sessuale dei propri pazienti allo scopo di prevenire le malattie e lenire i disagi. In questi stessi anni si è raggiunta un’ampia e generale accettazione del fatto che la sessualità possa avere un ruolo importante nella buona qualità di vita delle persone, quindi la capacità di educare alla sessualità unita alla capacità di riconoscere il problema sono ormai considerate complementi irrinunciabili di un sapere medico completo e responsabile. Capita che molti medici dichiarino di non sentirsi adeguatamente preparati ad affrontare i problemi sessuali dei loro pazienti e che i corsi di laurea in medicina non inseriscano obbligatoriamente l’insegnamento della sessuologia. Del resto è vero che spesso anche i docenti hanno dubbi su come preparare i loro allievi.

Osservando le nuove esigenze che si vanno creando nel rapporto tra un paziente ed il suo medico di fiducia e le necessità dell’uno di poter chiedere e dell’altro di essere in grado di rispondere in maniera adeguata ed efficace, non possiamo che dare il benvenuto a tutte le iniziative volte a divulgare il sapere sessuale tra professionisti ed incoraggiare i nostri colleghi ad impegnarsi nella formazione di nuovo personale. Nel corso di laurea si affrontano da molti anni le cause di un problema sessuale nell’ambito delle varie specialistiche (ad esempio: cause endocrine in Endocrinologia, cause neurologiche in Neurologia, psicogene in Clinica Psichiatrica o Psicologia e così via).

Secondo noi, quello che potrebbe mancare allo studente o al medico in formazione, e che cerchiamo di trasmettere ai nostri allievi, è l’opportunità di mettere insieme tante nozioni già possedute e di trasformarle in un saper fare ed in un saper essere; in altre parole, cerchiamo di facilitare l’acquisizione di una prospettiva unitaria che consenta di parlare di sesso con semplicità per superare barriere culturali ed emotive, che renda possibile formulare un’ipotesi diagnostica e che, quanto meno, consenta al medico di riferire il suo paziente allo specialista adeguato.

Anna Ghizzani

SESSUOLOGIANews, 2002